“E’ SOLO UN GATTO”

Ninetta è “solo un gatto”.
Eppure è la mia compagnia più solida.
Non è un gatto speciale. E’ un gatto che fa cose da gatto. Tipo quando le accarezzo la zampina e lei si lecca esattamente dove l’ho toccata io, sdegnata. E mi guarda con aria di sfida con quella espressione da bullo che solo i gatti sanno fare, lasciandomi solo intuire le conseguenze se per caso lo rifacessi mai.
Eppure, è lei che mi tocca con quella zampina quando vede che la mia anima è ferita. E me la posa lì, sulla guancia, come a dire “Io ci sono”.
Ninetta è solo un gatto e fa cose da gatto. Tipo stare sull’uscio della porta con -27 gradi. Né fuori, né dentro. In mezzo. Si dice che quando fanno così i gatti impediscono agli spiriti malvagi di entrare. Secondo me sono stronzi e despoti punto e basta. E te lo dimostrano quando ti costringono a aprire la porta del bagno quando sei lì che ti devi concentrare. E, niente, è un “MAAAAUUUU” disperato che significa “se non mi apri immediatamente io continuo così finché i vicini non chiamano la protezione animale”. E tu – braghe calate – devi obbedire.
Ninetta è solo un gatto ed è amorevole quando vuole lei, come vuole lei e finché vuole lei. Eppure – guarda caso – coincide proprio con i momenti in cui io ho più bisogno.
Il gatto è solo un gatto, eppure ti insegna a stare sempre all’erta. E tutto un ron-ron mentre gli fai i grattini, ma sai che da un millimicroistante all’altro lui o lei ti zampera’, così immotivatamente.
Ninetta è solo un gatto, eppure sa consolarti come solo un gatto sa fare, concedendoti le parole migliori quando ne hai bisogno: il silenzio. Ninetta è solo un gatto, eppure sa adagiarsi con garbo sul mio petto massaggiandomi il cuore finché non mi tranquillizzo. Ninetta è solo un gatto ma sa accogliere il mio dolore quando piango e lo fa come nessun essere umano sa fare.
Ninetta è solo un gatto.
Eppure…

Annunci

DONNA

Cosa pensano le donne?

Le donne pensano un sacco di cose, tutte insieme, tutte complicate. Il loro cervello è una diga perennemente a prova di sfondamento. Nelle anse del cervello si annidano milioni di post-it fatti non solo di incombenti , ma soprattutto di emozioni .

Le donne si preoccupano di tutto e per tutti. Sempre.

“Devo passare in tintoria. Devo pensare a cosa fare stasera per cena. Chissà se la mia amica che l’ha lasciata quello stronzo sta meglio. Certo che quello è proprio uno stronzo. Oggi mio figlio ha il vaccino, l’esame, la maturità. Devo portare mia madre a fare l’esame del sangue, sta piovendo oddio i panni sono stesi oggi ho la riunione col capo devo consegnare quel progetto scade la rata del mutuo è il 27 i soldi sono quasi finiti devo prenotare il dentista per mio figlio”.

Il tutto mentre si sono smagliate la calza, sono andate in banca a pagare i mav e le bollette, hanno comprato il pane fresco e l’acqua frizzante. Le banane e i broccoli.

In una giornata così sono riuscite miracolosamente a infilarci una piega dal parrucchiere magari. 20 minuti d’aria a leggere che manco quella figona di Angiolina è riuscita a tenersi il biondone. In fondo, un Dio c’è.

C’è quella amica lì, che la dobbiamo consolare perché ha scoperto che ha il tumore al seno. Un’altra. E i medici l’hanno trattata come una pezza da piedi. Sì, pezza da piedi sono le parole che ci ha riferito.

“Ti prego riesci a passare da me cinque minuti?”

“E certo che riesco a passare, tesoro”.

Le donne si tengono la mano, a 15 anni per andare al bagno insieme. A 40 per condividere questo dolore.

E’ come se se lo passassero attraverso le pieghe dei calli delle dita, calli per i quintali di verdure tagliate, piatti lavati, duri come la loro esistenza e l’anima segnata da abbracci spezzati.

Sono le 6 vorrei stare qui con te a bere un altro Negroni mentre ci raccontiamo i nostri sogni da bambina e ridiamo per come è andata così in modo bizzarro invece la vita. Ma sono le 6 e ci sono pavimenti da pulire, polli da infornare e colletti da inamidare.

Quanto è sterile pensare di dovere apparecchiare una tavola, mentre ti tengo la mano e ti prometto che ci sarò. Ma ti devo lasciare lì col tuo immenso dolore, Amica, Sorella.

Corro verso casa, il parcheggio che ho fatto è quel che è. Mi toccano pure gli insulti del vecchio “che le donne non sanno né guidare né parcheggiare”. (Come se ce ne fregasse qualcosa…)

La casa è un campo di battaglia. Bene, l’ho rassettata, ma sarà dopo poche ore esattamente quella di prima. Frustrante desolazione.

La tavola è apparecchiata, c’ho avuto pure il tempo di mettere su una candela, un bel cesto di frutta già lavata e lucida. Quanto fa casa tutto questo.

Rientro del compagno.

“Ah, finalmente a casa. Ah sei andata dal parrucchiere (questo, quando se ne accorge), beata te che hai avuto il tempo! Sapessi che giornata che ho avuto io oggi, invece…”

E pronte, ancora ad accogliere altri pensieri; per cena la sera mangiamo pane e ansie. E troviamo pure le forze di essere decorosamente consolanti.

Finché si spegne la luce.

E nel letto pensiamo ho chiuso il gas le luci la porta domani devo ritirare le analisi di mia madre passare dalla banca ho la riunione col capo ed è finito il latte.

Non sono io questa. E’ una di noi. Siamo tutte noi. Che le donne c’hanno una potenza e una forza sovrumana.

Che solo noi lo sappiamo. Solo noi.

Laura P. Cavallo

20150820_100513

DONNA

Cosa pensano le donne?

Le donne pensano un sacco di cose, tutte insieme, tutte complicate. Il loro cervello è una diga perennemente a prova di sfondamento. Nelle anse del cervello si annidano milioni di post-it fatti non solo di incombenti , ma soprattutto di emozioni .

Le donne si preoccupano di tutto e per tutti. Sempre.

“Devo passare in tintoria. Devo pensare a cosa fare stasera per cena. Chissà se la mia amica che l’ha lasciata quello stronzo sta meglio. Certo che quello è proprio uno stronzo. Oggi mio figlio ha il vaccino, l’esame, la maturità. Devo portare mia madre a fare l’esame del sangue, sta piovendo oddio i panni sono stesi oggi ho la riunione col capo devo consegnare quel progetto scade la rata del mutuo è il 27 i soldi sono quasi finiti devo prenotare il dentista per mio figlio”.

Il tutto mentre si sono smagliate la calza, sono andate in banca a pagare i mav e le bollette, hanno comprato il pane fresco e l’acqua frizzante. Le banane e i broccoli.

In una giornata così sono riuscite miracolosamente a infilarci una piega dal parrucchiere magari. 20 minuti d’aria a leggere che manco quella figona di Angiolina è riuscita a tenersi il biondone. In fondo, un Dio c’è.

C’è quella amica lì, che la dobbiamo consolare perché ha scoperto che ha il tumore al seno. Un’altra. E i medici l’hanno trattata come una pezza da piedi. Sì, pezza da piedi sono le parole che ci ha riferito.

“Ti prego riesci a passare da me cinque minuti?”

“E certo che riesco a passare, tesoro”.

Le donne si tengono la mano, a 15 anni per andare al bagno insieme. A 40 per condividere questo dolore.

E’ come se se lo passassero attraverso le pieghe dei calli delle dita, calli per i quintali di verdure tagliate, piatti lavati, duri come la loro esistenza e l’anima segnata da abbracci spezzati.

Sono le 6 vorrei stare qui con te a bere un altro Negroni mentre ci raccontiamo i nostri sogni da bambina e ridiamo per come è andata così in modo bizzarro invece la vita. Ma sono le 6 e ci sono pavimenti da pulire, polli da infornare e colletti da inamidare.

Quanto è sterile pensare di dovere apparecchiare una tavola, mentre ti tengo la mano e ti prometto che ci sarò. Ma ti devo lasciare lì col tuo immenso dolore, Amica, Sorella.

Corro verso casa, il parcheggio che ho fatto è quel che è. Mi toccano pure gli insulti del vecchio “che le donne non sanno né guidare né parcheggiare”. (Come se ce ne fregasse qualcosa…)

La casa è un campo di battaglia. Bene, l’ho rassettata, ma sarà dopo poche ore esattamente quella di prima. Frustrante desolazione.

La tavola è apparecchiata, c’ho avuto pure il tempo di mettere su una candela, un bel cesto di frutta già lavata e lucida. Quanto fa casa tutto questo.

Rientro del compagno.

“Ah, finalmente a casa. Ah sei andata dal parrucchiere (questo, quando se ne accorge), beata te che hai avuto il tempo! Sapessi che giornata che ho avuto io oggi, invece…”

E pronte, ancora ad accogliere altri pensieri; per cena la sera mangiamo pane e ansie. E troviamo pure le forze di essere decorosamente consolanti.

Finché si spegne la luce.

E nel letto pensiamo ho chiuso il gas le luci la porta domani devo ritirare le analisi di mia madre passare dalla banca ho la riunione col capo ed è finito il latte.

Non sono io questa. E’ una di noi. Siamo tutte noi. Che le donne c’hanno una potenza e una forza sovrumana.

Che solo noi lo sappiamo. Solo noi.

Laura P. Cavallo

20150820_100513

HO DECISO CHE RICOMPIO 40 ANNI.

NON SONO LE RUGHE ESTERNE CHE MI PREOCCUPANO, MA QUELLE INTERNE.
Mi iscrivo a pugilato.
“Io ho cominciato perché raggiungi inconsapevolmente degli obiettivi senza prefissarteli, a differenza della palestra” – mi dice una ragazza di 20 anni che già si allena da 4.

La ruvidita’ della mia età mi suggerisce che lei mi sta riferendo una metafora della vita. Invece lei, anima ancora linda, sta parlando della forma fisica.

“E tu perché ti sei iscritta?” – mi chiede.

“Perché chi si trova alla mia età sa che la vita ti ha già sbattuto a terra così tante volte che hai capito che essere saggi e vincenti non significa più picchiare duro ma imparare a resistere ai colpi, perché nessuno sa colpire duro come la vita, come dice Rocky. E se vai al tappeto sei capace di rialzarti: così sei un vincente”.

No. Non le rispondo così. Lo penso ma lo tengo per me. Lei non capirebbe. E poi il suo viso bianco e rosso non merita di sopportare le mie grevi riflessioni. Le sorrido e le dico che mi sono iscritta per il suo stesso motivo.

A 40 anni, però, una cosa va fatta. Si tira via dall’armadio la roba che non si mette più. Ebbene, l’ho fatto. È stata un’attività purificatrice. Una qualche forma di catarsi. E così ho dato l’addio a quella gonna scozzese che non mettevo più dal liceo, taglia 42. È stato un atto di coraggio infilarla nel cassonetto. A ben pensarci, è stato un atto di coraggio conservarla tutti sti anni credendo di poter rimettere una 42. Poi, però, se dico 42, mi viene in mente che le taglie grandi vanno bene, taglie grandi di cervello, taglie grandi di cuore.

Ecco un pensiero 40th.

Poi faccio fuori quel pantalone di velluto marrone e mi vengono in mente le foto con quel pantalone. E così in un momento mi ritrovo in mano decine, centinaia di foto. Ecco, adesso l’armadio non lo metto più a posto. La camera è un campo di battaglia, ci mancavano pure le foto. E così guardo e riguardo le fotografie di quando avevo 16 anni e noto due cose. La prima, è che ci vestivamo veramente di merda. Tutti, indistinguibilmente e democraticamente proprio di merda. La seconda, che in tante foto che mi passano tra le mani ci sono un sacco di facce che purtroppo non ci sono più o che non ho più rivisto. Quelle sono le foto che si scaldano tra le mani. Perché sono quelle che maneggio più a lungo.

Ecco cosa vuol dire compiere 40 anni. Decidere di mettere in ordine un armadio e ritrovarsi seduti a terra in una camera che sembra Bagdad.

È giunta ormai l’ora di archiviare quel tacco 12 décolleté fucsia tendente al violaceo. Loro e tutte le loro sorelle fashion. Le ripongo nella scatola come se le stessi infilando in una bara, pronte per essere seppellite. E l’animo dentro è proprio quello. Perché ho due ernie del disco e la cervicale: anche ammesso che riuscissi a infilarle non arriverei alla fine del viale.

Poi tiro via anche il giubbotto “chiodo”. Mio Dio. C’era pure il chiodo qui dentro. Un giorno mio nipote mi ha chiesto come fosse il chiodo. Gli ho detto :”Potresti averlo visto in Happy Days o Friends”.

La risposta è stata: “Dove scusa?”.

Avere 40 anni vuol dire anche questo: sentirsi vintage.

Lo mettevamo per sentirci ribelli, più cattivi, più duri. Adesso che ne ho 40 anelo invece a stare in pace con il mondo.

Adesso è la volta dei jeans strappati. Questi no, questi non sono un altro retaggio di ribellione. Questi erano autenticamente squartati, passati di mano in mano in famiglia dalle sorelle. È che la verità è che a quel tempo non si faceva proprio una vita facile. Le tasche bucate, toppe di sotto e di sopra. Maglioni bordeaux abbinati a pantaloni di velluto marroni, dolcevita rosse, calzettoni a scacchi verdi e grigi e permanenti e ciuffi alla Beverly Hills.

Ma poi, ho capito cosa vuol dire avere 40 anni, far quadrare i colori dei vestiti con quelli che hai dentro, mica col pantalone di velluto marrone.

Sii coraggioso. E se non ci riesco? Fai finta.

– Non sono sempre stata così, lo sai?
– L’avevo capito.
– È più facile distruggere che creare.
In un angolo di mondo c’è un ragazzino che va a scuola e si sbuccia le ginocchia sugli scivoli. Poi cresce, fa l’amore per la prima volta con la sua ragazzina. Acerbi entrambi. Acerbi, come i loro mondi e i loro dolori. Da un’altra parte c’è una bambina che scrive la sua storia. Il suo seno cresce insieme ai suoi problemi.
In una sera d’inverno le due vite si incrociano. Giovani, senza rughe dentro e fuori, inconsapevolmente si tengono per mano nelle giornate di agosto, certi che quel sudore che si crea nei palmi è la colla che li terrà uniti per sempre.
Un “per sempre” con una data di scadenza scritta sopra, come sulle uova.
– È più facile premere un grilletto che suonare la chitarra.
– È la battuta di un film.
– Sì. Si chiama “Desperado”, manco farlo apposta…
Raccogliere i cocci è più difficile del trasloco di spazzolini e camicie.
Si lasciarono una mattina di ottobre. Nebbia e pioggerellina fine. In casa, la luce della penombra. Insomma, una giornata con tutti i crismi per realizzare che quel “per sempre” era semplicemente concluso, che forse ne sarebbe arrivato un altro, chissà.
L’autunno è la stagione perfetta per una fine e per fare una torta con la cioccolata.
Amara, come quella giornata.
– Non ti preoccupare, ce la farai anche stavolta.
– Lo so.

Donne dal meccanico.

Dal meccanico.

“Si accende questa spia qui”.

“Quale?”

“Questa”‘.

“Ah si vedo. Dov’è il libretto di istruzioni?”

“Di che cosa?”

“Dell’auto!”

“Ahahahah!!… Ma lei non ride. Dice sul serio?”

“Dobbiamo controllare lo sgnappo sguaragua’ ccici’ coco’ . Mi serve il libretto. Dov’è?”

“È questo?

“Quella è la carta di circolazione”.

“Questo?”

“Ma questa è la ricevuta della tintoria!”.

“Che ne dice di questo?”

“Signora, questo è un pacchetto di caramelle…”.

“Ma è sicuro che l ‘abbiano dato anche a me quando me l’hanno venduta? Senta, è stata una giornata di lavoro molto dura. Non ci si metta anche lei”.

“Va bhe, senta quando ha cambiato l’olio?”

“In che senso??…”

“Olio, acqua, antigelo…”

“Che sono opzioni? Ne devo scegliere una? Tipo fare, baciare, lettera, testamento? Ahahah… Senta ma lei non ride mai?”

“Ma no, signora, sa quella roba che si mette nel motore…”.

“Guardi, mi sta scoppiando la testa. Senta non può semplicemente aprire, smontare, rimontare? Poi mi chiamerà mi spiegherà che era il ciccia-frullo che faceva difetto e quindi bloccava il set up dello sgnappo sguaragua’ cicci’ cocco’. Io la guarderò fingendomi addirittura interessata, la pagherò felice e la raccomandero’ a tutti i miei amici”.

“Va bhe, signora ho capito. Mi dia solo il codice dell’olio che usa di solito”.

“Il codice del… no va bhe ma lei lo fa apposta!”

FINTI POVERI

Che una delle cose che meno tollero è il ricco che fa il povero che fa così trendy.
Io ero povera da quando non andava di moda.
Sono cresciuta a Mirafiori, la Torino a piedi scalzi.
Noi libri non ne avevamo tanti in casa. Io personalmente i libri, a volte, li ho persino rubati. Non avevamo tanti vestiti, ma tanto non c’erano tanti armadi dove stiparli. Noi eravamo magri perché la ricchezza più che nel frigo era nei cuori. E perché se no non riuscivamo a passare nel corridoio, che era stretto e lungo, proprio come i nostri sogni.
“Mi raccomando non chiedete niente” – diceva mia madre quando entravamo in drogheria. Cioè, siamo allenati a NON VOLERLE le cose, più che a NON AVERLE.
I finti poveri non sanno manco fare i poveri, perché per recitare il ruolo postano foto dei loro pranzi a base di tramezzini confezionati gamberetti e maionese gridando alla decadenza delle loro finanze. E non sanno che i poveri quando fanno il primo colloquio di lavoro si portano dietro la 24 ore perché dentro c’è il panino con la frittata con le cipolle che impesta l’ufficio. E a casa si mangia fai e fogghie (purè di fave con la catalogna cotta).
I veri poveri non scrivono povery con la y perché a scuola hanno imparato l’alfabeto dei poveri. Quello senza la y e la w.
I finti poveri cercano persino di vestirsi da poveri, che fa così chic, fa così charme. Solo che i finti poveri spendono un fantamiliopaperon de’ paperoni per sembrare poveri.
Io avevo un maglione mille colori con pupazzi scala 1:1. Tutti i poveri ne hanno avuto uno. Abbinati a un pantalone di velluto marrone che non conosceva stagioni. Li ho messi dalle medie all’università. Dalle medie. All’università. Non suonerebbe abbastanza lungo nemmeno se lo ripetessi 100 volte.
Mia madre siccome erano lisi ne ha fatto una gonna corta, col tempo. Io ce l’ho ancora quella gonna. È appesa nell’armadio, accanto ai miei sacrifici e alle mie paure.
Avevo jeans di terza mano, non ho mai avuto un’auto, ma solo un paio di maledette scarpe da ginnastica che mi hanno fatto percorrere strade di tormenti e di fatica.
I finti poveri hanno caviglie pallide e ossute. Le nostre sono sporche e nerborute perché ci siamo dovuti difendere la vita a calci.
Noi sappiamo cose che i ricchi non sanno. E ne facciamo strade di vita: per esempio che il segreto delle fai e fogghie è la sciotta: l’acqua della verdura non si butta via tutta, un po’ si tiene e ci si condisce il piatto.
I finti poveri hanno l’accento inglese affettato, perché hanno studiato l’English nelle summer school. Noi poveri sappiamo dire “de pennn isss onn dde teibbbol end de catt isss anderrr dde ‘teibbbol” perché abbiamo avuto l’insegnante di inglese di Crotone.
Essere Poveri non è uno status symbol né un gioco di ruolo. È la perifera nelle strade e nei cuori.
La povertà – finti poveri- non è in vendita. Quindi, limitatevi a rispettarla perché è l’unica cosa che non potete permettervi di comprare.
E, ricordatevi…il segreto di li fai e fogghie è la sciotta!