IO E LO SPORT. #1.

Sto pensando che voglio perdere dai 5 ai 10 chili. Ho un piano preciso. Mi compro le scarpe da ginnastica, mi alzo alle 6 di mattina. Vado a correre. Colazione caffè senza zucchero e un frutto. Pasti bilanciati. Guerra fredda ai carboidrati. Palestra 3 volte a settimana. Basta con aperitivi, apericena, basta con tutto quello che inizia per “ape”. Stop a birra, vino, tiramisù, coppa del nonno e pizza al gorgonzola . Sostituiro’ le maratone di Desperate Housewife con le maratone quelle vere, passeggiate chilometriche. Ho cominciato da oggi. Per il momento ho comprate le scarpe da ginnastica.
Mo’ vado a riposarmi perché – oh – non è che posso fare tutto io.

ABBRACCI DI MAMMA.

“Mamma! Bidda!”
“Amore che vuoi? Acqua?”
“No! Bidda!”
“Biscotto?”
“Noo! Bidda! Bidda!!”
Passo in rassegna Bing, il succo, forse ha il pannolino bagnato. Ah no forse vuole il pupazzo travestito che sembra Renato Zero, gli ripropongo l’acqua. Vuoi disegnare? Cantare? Fare giro giro tondo? Il naso le caccole la cacca.
“Che vuoi non capisco??”
È intanto straurla “Bidda! BIDDAAAA!!” Mi avvicino lo guardo dritto negli occhi come se potessi leggere un codice. E il codice arriva. Mi abbraccia e cantilenando soddisfatto dice “Eh… bidda”.
Ah, bidda era un abbraccio.. .Ecco. Nessuno mi ha mai chiesto un abbraccio con tanta veemenza, con tanta passione che ti strugge dentro fino a urlare per il bisogno di un abbraccio.
Mi sorride con quegli occhi bruni come la pece. Lo capite anche voi che per cose così si rincretinisce come un’adolescente innamorata, sì?
“Bidda mamma” – mi ribadisce e mi dà una carezza sulla guancia.
Lo capite, sì?

PSICO-SPESA

Buongiorno. 3 etti di pane e un litro di latte” .
Il tipo mi guarda di traverso. “3 etti di pane e un litro di latte! ”
Lo ripeto scandendo bene perché il tipo ha proprio l’aria addormentata stamattina.
Il tipo ride.
“Scusi ma che problemi ha?” – Il mio cercello sta chiamando al raduno tutti i miei piccoli neuroni armati fino ai denti.
“Signora… è entrata da Buffetti…”
Mi guardo intorno ed in effetti mi accorgo di essere in un mondo di cartoncini colla e spillatrici. Il mio cervello sta cercando su internet “rimedi per la demenza precoce”.
Per non passare per matta dovrei dirgli che è stato il mio amico immaginario Freddy a mandarmi qui.
Ma lascio perdere.

LE MAMME E LA CACCA.

La giornata di una mamma inizia sotto la stella migliore. La CACCA. Proprio. Non quella concettuale, quella vera, quella solida. Cioè.. Solida….
Pannolino, latte, cotton fioc, mi lavo i denti (ho tempo di fare solo quelli di sopra, quelli di sotto li facciamo stasera. La doccia lunedì. Quello dei morti.. a novembre … se tutto va bene). Uno urla, l’altro strilla: sembra uguale ma non lo è. I due hanno sintonizzato due melodie spaccatimpani differenti (dolosamente secondo me perché vogliono assicurarsi che io li ascolti entrambi). Si divincolano mentre gli infilo body calze maglia scarpe e non mi pare che sto seguendo l’ordine giusto. Giù mezza pinta di caffè. Sa di dentifricio. Va beh. Avevo una borsa da qualche parte. I tacchi li ho archiviati da un pezzo va bene, ma la borsa mi serve; ci tengo le salviette la bottiglina dell’acqua i crackers sbriciolati e sparsi sul fondo. Un peluche, anzi due se no litigano. Afferro di fretta Winny the Phoo e un pupazzo con i capelli blu e una gonna plissettata che sembra Renato Zero. Chissà chi ce l’ha regalato. Fa niente, gli piacerà.
Li aggancio al seggiolone, nel tragitto uno ha perso una scarpa, l’altro se l’è tolta di proposito: torno indietro anzi no anzi si che ho dimenticato le antiscivolo. Li ho appena cambiati e indiscutibilmente hanno fatto la cacca. Vuoi mettere fare la cacca nel pannolino pulito? Le mamme dicono “cacca” un sacco di volte al giorno, io per esempio la dico molto più di quanto dicevo “grazie, un altro goccio di prosecco lo gradisco proprio”. Ho sostituito le abitudini e le emozioni. Il percorso giornalierio l’ho studiato e brevettato per la Nasa : panetteria asilo tintoria supermercato in 15 minuti. La scrivania è il disastro che ho lasciato il giorno prima. Con una mano scrivo concetti importanti per cui i clienti mi pagheranno – si spera- con l’altra smanetto su internet per cercare pecore da scaricare stampare e disegnare. Pranzo merenda e una quantità di pannolini dopo, c’è Bagdad riassunto sul tavolo e per terra, briciole di briciole di briciole ovunque (i bambini hanno il potere di ridurre in particelle nane anche l’ardesia), ho i capelli raccolti a carciofo da una pinza, il mascara waterproof che mi fa sembrare un panda tossicodipendente, la camicia è un moderno Monet a base di sugo e yogurt, ho macchie di tempera in faccia e sulle braccia. Una giornata fatta di tentativi di interpretare una serie di vocalizzi fatti di “Tuccu tuccu, tito, du-bu-dan, tibbi”.
Sento che la fine è vicina. Vorrei trascinarmi sotto la doccia e poi sotto le lenzuola. Ma poi all’improvviso mi fermo e vedo un mare profondo nei vostri occhi. Un mare nero, nero come la pece, storie infinite di magia e di desideri che si potranno realizzare. In un istante con i colori mi dipingete anche l’anima e spazzate via ogni giorno quei grigi che sono lì in fondo. E alla fatica non ci penso più. E allora… Sai che ti dico? Tuccu tuccu, tito, du-bu-dan, tibbi!!! Dedicato a tutte le mamme.

Laura P. Cavallo

POVERY CON ROLEX

Come eravamo? Nella mia famiglia eravamo poveri. Stramaledettamente poveri. Senza y finale.
Sono cresciuta nel quartiere Mirafiori di Torino, quello vicino a “La Fabbrica” per eccellenza, la Fiat. Mio padre faceva l’operaio lì. Di notte. Di giorno faceva il secondo lavoro.

Non ha sempre fatto questo. Era un carabiniere. Ma il crimine – si sa – non paga. E l’Arma, all’epoca, pagava poco.

La Fiat era il sogno americano di molte famiglie “fuorisediste”. Allora, ci chiamavano più folkloristicamente terroni.

Noi, le magliette con scritto “FIAT” le avevamo già allora, solo che allora più che fare fico, faceva molto periferia Sud.

Mio padre si è spezzato la schiena per farci studiare e per non farci perdere. Mia madre ha fatto la casalinga. Oggi si direbbe “Desperate Housewife”. E lei, in effetti, era molto desperate, soprattutto quando faceva i mucchietti dei soldi sul tavolo rotondo: questo per l’affitto, questo per la spesa, questo per le bollette. Ma i conti non tornavano quasi mai. E lei tornava da capo e spostava da là a qua e non so come, alla fine li moltiplicava. ‘Sto tavolo rotondo era la rappresentazione filosofica della nostra esistenza di quel momento: un cerchio infinito dal quale è difficile uscire.

Mia madre la cucina Vegan l’aveva già scoperta da un pezzo. E, di solito, la riservava per fine mese: niente carne, niente pesce, niente uova.

Non avevamo molti libri. Però avevamo l’enciclopedia: “CONOSCERE”, l’enciclopedia più inutile del mondo. Ma a onor del vero, era una sfiga diffusa in classe. La “TRECCANI” ce l’aveva solo una ragazza e – per la legge di Murphy (ma anche perché Dio è buono e giusto e anche un po’ burlone), era una ciuccia. Non avevamo nemmeno molti letti. Da ogni angolo della casa, la sera compariva una rete apri e chiudi. Apri e chiudi, proprio come il nostro frigo: apri e poi chiudi, tanto è inutile.

Quanto al lato fashion, si sa ognuno ha il suo glamour: c’è lo stile “Prima classe” e poi c’è lo stile “Quarta mano”. Era il mio, naturalmente. Tessuti dai colori fusion e volumi informi: Gimmiciu’ non ha inventato un cazzo.

Quanto agli sport, eravamo tutti campioni mondiali di nascondino e strega tocca colori.

La nostra, insomma, non era proprio la famiglia borghese dei Robinson, era più una famiglia noir con finale a sorpresa. Se non ci siamo bucati è perché non avevamo i soldi per farlo!

Avevamo una lavatrice così consunta che faceva “hic-hic-hic”. E quando le compagne mi chiedevano cosa fosse rispondevo “abbiamo una foca in bagno”. Faceva così maledettamente chic e loro erano così maledettamente idiote, che ci credevano.

Ho preso botte a scuola perché portavo i pantaloni “acqua in casa”, ho studiato sulla lavatrice in bagno (sì, quella lavatrice lì), ho fatto a pugni quando mi chiamavano “figlia di operaio”: quelli con 2 o 3 cognomi, quelli che a Natale a Cortina, d’estate all’Elba.

Però, non so se fosse quella cucina così piccola che ci costringeva a stare così tanto vicini, non so se per quella schiena dritta di mio padre che si è piegata solo davanti alle fatiche, mai davanti alle prepotenze, fatto sta che non ci siamo mai arresi, né ci siamo mai pianti addosso.

La povertà è una cosa seria e in quanto tale, va rispettata. Chi la emula è un pezzo di merda.

Dedicato a tutti quelli nati ricchi e famosi e poi si inventano un passato da finti Povery, che fa così tanto trendy.

Con la y.

Andate affanculo, va’!

UOMINI TAMPAX

E va beh. E non mi posso proprio esimere dal farne la recensione al volo. Si, l’ho vista, l’ho vista. La pubblicità dei TAMPAX. La pubblicità dei Tampax fatta dagli uomini.

Dopo le sette piaghe d’Egitto, dopo la pasta al forno vegetariana e il seitan, adesso ci tocca pure la pubblicità degli assorbenti interni fatta da sti quattro disabili della parola.

Eh sì, perché come si mette e soprattutto dove si mette ce lo spiegano sti quattro sbarbatelli che non riescono ad articolare manco la parola ,”vagina” . Si passano sto coso tra le mani e ridacchiano come deficienti.

Si chiama vagina è scientifico, non è una parolaccia! Se ne stanno lì e mimano come si infila e come si sfila. E di nuovo sta risata da ebeti e un scrollatina di spalle.

Bellocci e stupidi. Ma dove li avete presi? Alla Sagra della pecora?

Quelli che non sanno distinguere dopo dieci anni di matrimonio il bidone dell’indifferenziato da quello della plastica, quelli che ti lasciano in bagno il rotolo finito della carta igienica, il flaccone del deodorante vuoto, che mettono in frigo i vasetti della marmellata vuoti, quelli che il disgraziatissimo giorno che li mandi al supermercato ti chiamano 4 volte dalla corsia del detersivo per chiederti “Ma quale devo prendere?”. Quelli? Quelli lì spiegano a noi donne come si mette come si sfila dove si infila????

Ma veramente???

Ma chi è sto genio del marketing?? Scriviamo una petizione e facciamolo tornare a vendere le arachidi al mercato.

Eh si, perché cari uomini, fobici della lavastoviglie, stitici sentimentali, a furia di preoccuparvi delle sopracciglia ad ali di gabbiano e delle cerette, vi hanno sbattuto a fare la pubblicità degli assorbenti.

Non c ‘è niente da ridere.

Non ci serve che ci insegnate come si mette “sto coso”. Noi, che abbiamo imparato a essere le prime ginecologhe di noi stesse, noi che tra donne parliamo di cose che vi farebbero svenire, ci accontenteremmo di non vedervi moribondi con la febbre a 37’2, di vedervi buttare ogni tanto la plastica, di vedervi cucinare una pasta in bianco senza lasciare la cucina un campo di morti e feriti.

Vi hanno messo a fare la figura dei fessi, cari zimbelli.

Attrezzatevi, Uomini, per il nuovo millennio, imparate a dividere le mutande dai calzini nei cassetti, a impostare una lavatrice, a comprare le zucchine trombette al mercato. Perché sapere usare un Tampax non vi salverà dal pericolo dell’estinzione.

Amen.