VUOI IL 6? TE LO DO IO IL 6. TE LO TATUO SULLA FRONTE. Psicologia del battipanni.

Ecco, mi sta sorgendo un dubbio, non è che tutta questa smisurata giustificazione di ogni comportamento di sti ragazzi sta degenerando? Non è che troppa psicologia della comprensione sta creando una massa di rammolliti? Noi che quando litigavamo coi nostri genitori i rimedi psicologici erano:1) il mestolo di legno (psicologo di primo livello); 2) la cucchiara, il mestolo di legno per i pranzi di Natale, molto più grande e molto più pesante (psicologo di secondo livello); il battipanni (psichiatra-sociologo). Forse mi sbaglierò. Forse è perché noi abbiamo ricevuto una educazione eccessivamente intimorente, forse è perché noi avevamo paura dei nostri genitori più che rispetto, diciamocelo. Noi che “Lo dico a tuo padre”. “Metti in ordine la camera o ti butto tutto dalla finestra”. “Lo dico a tuo padre, tua nonna e tua zia”. “Mangia tutto che i bambini in Africa muoiono di fame”. “Lo dico a tua nonna, tua zia, la vicina di casa e la postina”. E le buscavi da tutti. Loro avevano sempre e comunque ragione; perché erano più Grandi. Grandi, con la G maiuscola, non semplicemente “grandi”. Avevano più esperienza, più lame conficcate tra le costole. Oggi se rimproveri un gagno arriva l’assistente sociale, il telefono azzurro, la Guardia Nazionale. A noi, quando ci dicevano “Mo’ te ne do uno” – era solo la notifica, il ceffone era già partito e incassato. La frase non era un avviso, era solo l’eco dello spostamento d’aria. Noi che teniamo in cassaforte le frasi storiche dei nostri genitori. Quella di mio padre: “Come, non sai come si allevano le lumache? Macheccazzotiinsegnanoascuola?” Noi che al posto del tennis, sci, vela, pattinaggio artistico abbiamo dovuto ripiegare su sport più economici come nascondino e strega tocca colori. Noi che il bungee jumping nostro padre ce lo faceva fare dal balcone quando tornavamo tardi al sabato sera. Noi che facevamo il salto ad ostacoli per correre quando ci inseguivano intorno al tavolo rotondo. Una corsa senza fine che ci ricordava che non c’era scampo e l’inutilità della Resistenza. Che poi, la furia omicida di mia madre si è limitata a poche mazzate, devo dire la verità. Il terrore puro io lo provavo quando abbassava la voce e mi diceva “Hai esagerato”- seguito da 28 giorni di buio. Noi che dovevamo compiacerli. Noi che “Finché vivi sotto questo tetto segui le nostre regole” e “Ascolta la maestra”. Noi che ci davano 500 lire per il gelato “e porta il resto”. Ecco, mi sembra che questi ragazzi di oggi, nostri figli e nipoti, non abbiano proprio la misura di nulla più. È tutto dovuto, entrano in crisi se non vincono una gara, si sentono in diritto di non studiare, non riconoscono nessuna autorità, contestano ogni condotta e argomento pur non conoscendone tema e fondamenti. Generazioni di bambini che piangono per ogni minchiata e a un “no” rispondono con testate sul pavimento.UN SENTITO GRAZIE a quei genitori e zii e zie come me che sanno ancora dire no SOLO ED ESCLUSIVAMENTE per il bene loro. Dedicato a tutti quelli che preferiscono farsi scorrere una lacrima al buio da soli in camera da letto la sera piuttosto che avere ceduto, consapevoli che stanno crescendo degli uomini e delle donne e non dei cazzoni frustrati.

Dedicato a mia madre che mi ha sempre ribadito: ” RICORDATI CHE QUESTA CASA NON È LA COSTITUZIONE. QUI STUDIARE È UN PRIVILEGIO, NON UN DIRITTO!”.

Laura Cavallo, avvocato per la pagnotta. Cinica e stronza per vocazione.

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CHE BEFANA!!

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La Befana è, per me, un messaggio equo-solidale: una che ti porta carbone in un mondo che viaggia a petrolio, una che ha oltrepassato il “car and go” e vola su una scopa, una che nel nuovo millennio veste hippy è per forza una no-global. È il nostro minestrone di difetti che ci perdona sempre: sei stato bravo? Ti porto i dolcetti. Sei stato cattivo? Dai, ti porto i dolcetti lo stesso, ma agli altri non lo facciamo vedere. 

La Befana è l’ombra delle nostre perversioni e dei nostri divieti tutti insieme: apriamo la porta di notte a un’estranea che sembra la pazza di “Rec”; accettiamo caramelle da una sconosciuta; e poi la copriamo di insulti e dileggi sui peli superflui sul viso e sul suo discutibile gusto per la moda.

Ma la Befana è anche l’ultima occasione delle feste di redimerci, per andare a trovare la zia che ci dovevo andare a Natale ma non ho avuto tempo e poi il lavoro e il gelo.

L’ultimo pranzo lento prima di ricominciare a lamentarci dello stress, del lavoro, delle tasse. Prima di togliere le luci in casa che ci fanno da cromoterapia. 

Ho capito chi sei Befana!  Sei la metafora della vita: non proprio come l’avresti disegnata tu, strana, un po’pazza e pure un po’ lontana dai tuoi gusti a volte, ma che ti riserva una sorpresa alla porta, che ti addolcisce i pensieri.

“Brava Laura, lo vedi che se ti impegni ci arrivi?”

“Però una cosa mi sfugge. La scopa che c’entra con la metafora della vita? Dove va la scopa?”

“Guarda che se ti impegni ci arrivi…”

“Ah…”

“Eh…”

​PRANZO DI NATALE A CASA DI UN MERIDIONALE.

Per un torinese o un milanese il pranzo di Natale è un piatto di tortellini e un po’ di vitello tonnato. Un’arancia, un caffè. Senza zucchero. Una lingua di gatto nel caffè. “Stiamo leggeri, che così dopo pranzo facciamo una passeggiata in centro, nhe?”
Per un meridionale no. Per il meridionale il pranzo di Natale è una sfida. È”IL PRANZO” per eccellenza. Dopo mangiato non è possibile fare la passeggiata. E il caffè è ammesso solo come ingrediente di un dolce oppure viene utilizzato a scopo terapeutico: un acido sturalavandini tra una cofana di cibo e l’altra.

Mia mamma e mia zia al pranzo di Natale cominciano a pensarci a marzo. La programmazione parte a settembre. La spesa comincia il 1 di dicembre. Perché il pranzo di Natale per noi è una esperienza psichedelica. Non c’è niente da fare: non è uno stereotipo, è una vera e propria OPERAZIONE MILITARE.

Prima di tutto ci va la preparazione. L’organizzazione del pasto a casa mia avviene a tavolino, si comincia con la conta dei parenti stretti, 40 o 50 tra i cugini stretti, l’assegnazione dei posti, tavoli, una catena umana che si mette in moto per trovare le sedie. Si abbattono pareti e si modifica l’assetto geo-politico della cucina perché ci stiano tutti. L’ultima operazione è la conta delle spase e delle guandiere. 

E poi li fimmini di casa affilano i mestoli e partono. 

Non esiste un vero e proprio menù. È più una Shlinder’s list. Parmigiane, paste al forno, timballi di verdure, polpo alla luciana, tubbettini fagioli e cozze, rolatine di cavallo al sugo, bombette, mozzarelle di bufala, faj e ffogghie, cime di rape stufate, pettole, orecchiette con le cime di rape, a’ fucazza ripiena, la puccia alla spasa, peperoni verdi fritti, purcidduzzi, puddichi, li pezzetti ti cannella, li pasti ti mieru, ti mennula, li pezzi duri. 

Questo è l’antipasto. 

Quello dei vegani è un sacrificio inutile. Perché tanto gli animali che hanno​ risparmiato loro in un anno, ce li mangiamo noi al pranzo di Natale. Che se viene un piemontese a casa nostra a mangiare si commuove. 

Che poi mia mamma – per non farti sentire in colpa – ti dice: “mangiala la pasta al forno, non n c’ho messo niente!” E intanto ti mette nel piatto una costruzione a 12 piani che Fuksas levt’nnanz! E aspetta vicino col suo grembiule e con le mani sui fianchi per accertarsi che mangi. Armata di cucchiara.

Il pranzo dura almeno almeno fino alle 4, le 5 del pomeriggio. Se avanza una porzione di qualunque cosa mia madre ti ricatta moralmente per finirla: “Mangiala che se no la devo buttare!” Poi, per digerire, ti viene dato il caffè, l’amaro, il San Marzano Borschi, una pasta di mandorla, una fetta di panettone, ‘na mozzarella e ‘na scarpa.

L’unica passeggiata che puoi fare dopo pranzo sono quei 20 cm fino al tavolo da gioco. Sì, perché la nostra tradizione pugliese prevede il gioco a carte e alla tombola. Zio Salvatore è quello che estrae i numeri. E comincia.

“77! Le gambe delle donne!”

“Terna” – si sente al fondo del tavolo.

“Io ho fatto 7 e mezzo!”

“Banco!”

“Il 22 è uscito?”

“Mangiatevi li pezzi duri e l’angioletti!” – questa è mia madre. Che urla agitando​ la cucchiara in aria.

Piccinni che fanno scoppiare i mini ciccioli nel caminetto e nonno Gino urla che è scoppiata un’altra volta la guerra. 

Mia cugina Maria mi guarda e dice “prestami due mandarini che mi so’ cadute le bucce a terra e ho fatto ambo”. Anche se stiamo giocando a 7 e mezzo.

E in questo bailamme di voci, suoni e grida, tra l’odore di sugo, mandarini e amore, mia madre passa tra i tavoli e distribuisce come na’ piovra amari e dolcetti. La versione diplomatica: “Questo lo devi assaggiare che questo l’ho fatto io”. La versione minacciosa: “Te ne devi prendere nu’ pezzettino che se no mi offendo!”. 

Che poi, il gioco ai tavoli è un’illusione: secondo me è solo un modo per tenerti occupato tra il pranzo e la cena, è quel momento che serve a mia madre e a mia zia per lavare i piatti e apparecchiare un’altra volta. 

Perché’ c’è sempre qualche cognata milanese che a un certo punto se ne esce con: “Io, per cena, solo una tisana al finocchio”.

Mia mamma si avvicina – sempre con le mani sui fianchi e la cucchiara in mano e la guarda di tre quarti: “Che vuoi tu? Tz’, no!! Nun li tinimu qua ‘sti cosi!!”

“Nooo io non ho fame – io mangio solo un po’ di frutta – io sono pieno” – e invece zziccano tutti n’atra vora di capu.

Che, poi, è bello così. Io le vedo le espressioni fiere di mio padre e mia madre che sono stanchi, guardano sto’ tavolo di 7 metri per 4, fieri e contenti, però, di esserci riusciti. 

Almeno, ancora, quest’anno.

LAURA P. CAVALLO

LA FINE.

– Non sono sempre stata così, lo sai?
– L’avevo capito.

– È più facile distruggere che creare.

In un angolo di mondo c’è un ragazzino che va a scuola e si sbuccia le ginocchia sugli scivoli. Poi cresce, fa l’amore per la prima volta con la sua ragazzina. Acerbi entrambi. Acerbi, come i loro mondi e i loro dolori. Da un’altra parte c’è una bambina che scrive la sua storia. Il suo seno cresce insieme ai suoi problemi. 

In una sera d’inverno le due vite si incrociano. Giovani, senza rughe dentro e fuori, inconsapevolmente si tengono per mano nelle giornate di agosto, certi che quel sudore che si crea nei palmi è la colla che li terrà uniti per sempre.

Un “per sempre” con una data di scadenza scritta sopra, come sulle uova.

– È più facile premere un grilletto che suonare la chitarra.

– È la battuta di un film.

– Sì. Si chiama “Desperado”, manco farlo apposta…

Raccogliere i cocci è più difficile del trasloco di spazzolini e camicie. 

Luigi e Alessandra si lasciarono una mattina di ottobre. Nebbia e pioggerellina fine. In casa, la luce della penombra. Insomma, una giornata con tutti i crismi per realizzare che quel “per sempre” era semplicemente concluso, che forse ne sarebbe arrivato un altro, chissà.

L’autunno è la stagione perfetta per una fine e per fare una torta con la cioccolata.

Amara, come quella giornata.

– Non ti preoccupare, ce la farai anche stavolta.

– Lo so.

(continua…)

Laura P. Cavallo

​Non solo le rughe esterne che mi preoccupano, ma quelle interne. 

Mi iscrivo a pugilato.
“Io ho cominciato perché raggiungi inconsapevolmente degli obiettivi senza prefissarteli, a differenza della palestra” – mi dice una ragazza di 20 anni che già si allena da 4. 

La ruvidita’ della mia età mi suggerisce che lei mi sta riferendo una metafora della vita. Invece lei, anima ancora linda, sta parlando della forma fisica. 

“E tu perché ti sei iscritta?” – mi chiede.

“Perché chi si trova alla mia età sa che la vita ti ha già sbattuto a terra così tante volte che hai capito che essere saggi e vincenti non significa più picchiare duro ma imparare a resistere ai colpi, perché nessuno sa colpire duro come la vita, come dice Rocky. E se vai al tappeto sei capace di rialzarti: così sei un vincente”.

No. Non le rispondo così. Lo penso ma lo tengo per me. Lei non capirebbe. E poi il suo viso bianco e rosso non merita di sopportare le mie grevi riflessioni. Le sorrido e le dico che mi sono iscritta per il suo stesso motivo.

A 40 anni, però, una cosa va fatta. Si tira via dall’armadio la roba che non si mette più. Ebbene, l’ho fatto. È stata un’attività purificatrice. Una qualche forma di catarsi. E così ho dato l’addio a quella gonna scozzese che non mettevo più dal liceo, taglia 42. È stato un atto di coraggio infilarla nel cassonetto. A ben pensarci, è stato un atto di coraggio conservarla tutti sti anni credendo di poter rimettere una 42. Poi, però, se dico 42, mi viene in mente che le taglie grandi vanno bene, taglie grandi di cervello, taglie grandi di cuore. 

Ecco un pensiero 40th.

Poi faccio fuori quel pantalone di velluto marrone e mi vengono in mente le foto con quel pantalone. E così in un momento mi ritrovo in mano decine, centinaia di foto. Ecco, adesso l’armadio non lo metto più a posto. La camera è un campo di battaglia, ci mancavano pure le foto. E così guardo e riguardo le fotografie di quando avevo 16 anni e noto due cose. La prima, è che ci vestivamo veramente di merda. Tutti, indistinguibilmente e democraticamente proprio di merda. La seconda, che in tante foto che mi passano tra le mani ci sono un sacco di facce che purtroppo non ci sono più o che non ho più rivisto. Quelle sono le foto che si scaldano tra le mani. Perché sono quelle che maneggio più a lungo.

Ecco cosa vuol dire compiere 40 anni. Decidere di mettere in ordine un armadio e ritrovarsi seduti a terra in una camera che sembra Bagdad.

È giunta ormai l’ora di archiviare quel tacco 12 décolleté fucsia tendente al violaceo. Loro e tutte le loro sorelle fashion. Le ripongo nella scatola come se le stessi infilando in una bara, pronte per essere seppellite. E l’animo dentro è proprio quello. Perché ho due ernie del disco e la cervicale: anche ammesso che riuscissi a infilarle non arriverei alla fine del viale. 

Poi tiro via anche il giubbotto “chiodo”. Mio Dio. C’era pure il chiodo qui dentro. Un giorno mio nipote mi ha chiesto come fosse il chiodo. Gli ho detto :”Potresti averlo visto in Happy Days o Friends”. 

La risposta è stata: “Dove scusa?”.

Avere 40 anni vuol dire anche questo: sentirsi vintage.

Lo mettevamo per sentirci ribelli, più cattivi, più duri. Adesso che ne ho 40 anelo invece a stare in pace con il mondo.

Adesso è la volta dei jeans strappati. Questi no, questi non sono un altro retaggio di ribellione. Questi erano autenticamente squartati, passati di mano in mano in famiglia dalle sorelle. È che la verità è che a quel tempo non si faceva proprio una vita facile. Le tasche bucate, toppe di sotto e di sopra. Maglioni bordeaux abbinati a pantaloni di velluto marroni, dolcevita rosse, calzettoni a scacchi verdi e grigi e permanenti e ciuffi alla Beverly Hills.

Ma poi, ho capito cosa vuol dire avere 40 anni, far quadrare i colori dei vestiti con quelli che hai dentro, mica col pantalone di velluto marrone.

Laura P. Cavallo