POVERY CON ROLEX

Come eravamo? Nella mia famiglia eravamo poveri. Stramaledettamente poveri. Senza y finale.
Sono cresciuta nel quartiere Mirafiori di Torino, quello vicino a “La Fabbrica” per eccellenza, la Fiat. Mio padre faceva l’operaio lì. Di notte. Di giorno faceva il secondo lavoro.

Non ha sempre fatto questo. Era un carabiniere. Ma il crimine – si sa – non paga. E l’Arma, all’epoca, pagava poco.

La Fiat era il sogno americano di molte famiglie “fuorisediste”. Allora, ci chiamavano più folkloristicamente terroni.

Noi, le magliette con scritto “FIAT” le avevamo già allora, solo che allora più che fare fico, faceva molto periferia Sud.

Mio padre si è spezzato la schiena per farci studiare e per non farci perdere. Mia madre ha fatto la casalinga. Oggi si direbbe “Desperate Housewife”. E lei, in effetti, era molto desperate, soprattutto quando faceva i mucchietti dei soldi sul tavolo rotondo: questo per l’affitto, questo per la spesa, questo per le bollette. Ma i conti non tornavano quasi mai. E lei tornava da capo e spostava da là a qua e non so come, alla fine li moltiplicava. ‘Sto tavolo rotondo era la rappresentazione filosofica della nostra esistenza di quel momento: un cerchio infinito dal quale è difficile uscire.

Mia madre la cucina Vegan l’aveva già scoperta da un pezzo. E, di solito, la riservava per fine mese: niente carne, niente pesce, niente uova.

Non avevamo molti libri. Però avevamo l’enciclopedia: “CONOSCERE”, l’enciclopedia più inutile del mondo. Ma a onor del vero, era una sfiga diffusa in classe. La “TRECCANI” ce l’aveva solo una ragazza e – per la legge di Murphy (ma anche perché Dio è buono e giusto e anche un po’ burlone), era una ciuccia. Non avevamo nemmeno molti letti. Da ogni angolo della casa, la sera compariva una rete apri e chiudi. Apri e chiudi, proprio come il nostro frigo: apri e poi chiudi, tanto è inutile.

Quanto al lato fashion, si sa ognuno ha il suo glamour: c’è lo stile “Prima classe” e poi c’è lo stile “Quarta mano”. Era il mio, naturalmente. Tessuti dai colori fusion e volumi informi: Gimmiciu’ non ha inventato un cazzo.

Quanto agli sport, eravamo tutti campioni mondiali di nascondino e strega tocca colori.

La nostra, insomma, non era proprio la famiglia borghese dei Robinson, era più una famiglia noir con finale a sorpresa. Se non ci siamo bucati è perché non avevamo i soldi per farlo!

Avevamo una lavatrice così consunta che faceva “hic-hic-hic”. E quando le compagne mi chiedevano cosa fosse rispondevo “abbiamo una foca in bagno”. Faceva così maledettamente chic e loro erano così maledettamente idiote, che ci credevano.

Ho preso botte a scuola perché portavo i pantaloni “acqua in casa”, ho studiato sulla lavatrice in bagno (sì, quella lavatrice lì), ho fatto a pugni quando mi chiamavano “figlia di operaio”: quelli con 2 o 3 cognomi, quelli che a Natale a Cortina, d’estate all’Elba.

Però, non so se fosse quella cucina così piccola che ci costringeva a stare così tanto vicini, non so se per quella schiena dritta di mio padre che si è piegata solo davanti alle fatiche, mai davanti alle prepotenze, fatto sta che non ci siamo mai arresi, né ci siamo mai pianti addosso.

La povertà è una cosa seria e in quanto tale, va rispettata. Chi la emula è un pezzo di merda.

Dedicato a tutti quelli nati ricchi e famosi e poi si inventano un passato da finti Povery, che fa così tanto trendy.

Con la y.

Andate affanculo, va’!

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UOMINI TAMPAX

E va beh. E non mi posso proprio esimere dal farne la recensione al volo. Si, l’ho vista, l’ho vista. La pubblicità dei TAMPAX. La pubblicità dei Tampax fatta dagli uomini.

Dopo le sette piaghe d’Egitto, dopo la pasta al forno vegetariana e il seitan, adesso ci tocca pure la pubblicità degli assorbenti interni fatta da sti quattro disabili della parola.

Eh sì, perché come si mette e soprattutto dove si mette ce lo spiegano sti quattro sbarbatelli che non riescono ad articolare manco la parola ,”vagina” . Si passano sto coso tra le mani e ridacchiano come deficienti.

Si chiama vagina è scientifico, non è una parolaccia! Se ne stanno lì e mimano come si infila e come si sfila. E di nuovo sta risata da ebeti e un scrollatina di spalle.

Bellocci e stupidi. Ma dove li avete presi? Alla Sagra della pecora?

Quelli che non sanno distinguere dopo dieci anni di matrimonio il bidone dell’indifferenziato da quello della plastica, quelli che ti lasciano in bagno il rotolo finito della carta igienica, il flaccone del deodorante vuoto, che mettono in frigo i vasetti della marmellata vuoti, quelli che il disgraziatissimo giorno che li mandi al supermercato ti chiamano 4 volte dalla corsia del detersivo per chiederti “Ma quale devo prendere?”. Quelli? Quelli lì spiegano a noi donne come si mette come si sfila dove si infila????

Ma veramente???

Ma chi è sto genio del marketing?? Scriviamo una petizione e facciamolo tornare a vendere le arachidi al mercato.

Eh si, perché cari uomini, fobici della lavastoviglie, stitici sentimentali, a furia di preoccuparvi delle sopracciglia ad ali di gabbiano e delle cerette, vi hanno sbattuto a fare la pubblicità degli assorbenti.

Non c ‘è niente da ridere.

Non ci serve che ci insegnate come si mette “sto coso”. Noi, che abbiamo imparato a essere le prime ginecologhe di noi stesse, noi che tra donne parliamo di cose che vi farebbero svenire, ci accontenteremmo di non vedervi moribondi con la febbre a 37’2, di vedervi buttare ogni tanto la plastica, di vedervi cucinare una pasta in bianco senza lasciare la cucina un campo di morti e feriti.

Vi hanno messo a fare la figura dei fessi, cari zimbelli.

Attrezzatevi, Uomini, per il nuovo millennio, imparate a dividere le mutande dai calzini nei cassetti, a impostare una lavatrice, a comprare le zucchine trombette al mercato. Perché sapere usare un Tampax non vi salverà dal pericolo dell’estinzione.

Amen.

NON HO (più) L’ETA’

Il dolore rende più profondo il nostro esistere, dicono. Eh si vabhellalero però! Se c’è una luce in fondo al tunnel, la mia è quella di un’auto che mi investira’.
Siamo spinti dalla vita in direzioni che avremmo dovuto trovare da soli.
Sai Freddy (per i nuovi sintonizzati, è il mio amico immaginario), mi sono guadagnata il diritto di essere chi sono.
La mia vita è segnata come tagli sui polsi.
Il tempo passa, invecchio e divento meno indulgente e più ingessata. Nel mio gancio destro, ma anche nel mio emisfero sinistro, l’area emotiva.
Quando a 30 anni ho perso la persona più importante della mia vita, la prima cosa che ho comprato è stato un navigatore: volevo andare in tutti i posti che non conoscevo. Quando è successo di nuovo a 40, ho comprato un allarme per casa: volevo chiudere me stessa e le mie idee dietro una porta. A 30 il dolore mi ha portato a percorrere le strade della vita. A 40 a proteggermi dalla vita.
Quando ho fatto i conti col dolore a 30, ho contato i tappi di sughero del vino rosso tirato giù. A 40 mi sono fatta la tisana al gelsomino di bosco e scoiattolo rosa con la borsa dell’acqua calda sul divano. A 30 sbandavo in discoteca con eminem per dimenticare. A 40 canto a squarciagola in macchina “SU-DI-NOI-NEMMENO-UNA-NUVOLAAAAA!”
L unica cosa rimasta uguale sono io. Solo, con i capelli più bianchi. Ma più che i capelli, sono i sogni che sono sbiaditi.
A 30 ho programmato un viaggio internazionale per andare a nuotare con gli squali. A 40 mi godo la libidine della minestrina mentre rispondo al quiz in tv, e dopo cena, mi copro i piedi con una copertina. A 30 dimenticavo il dolore ballando sui tavoli al sabato sera.
Il 347- era ancora il prefisso della Vodafone. C’era il contratto You and Me, ma io non avevo più uno You.
Non è quello che sai che ti fa male, ma quello che sai e che non è vero.
L amore è fatto così.

Le vacanze ci servono come riflettore della nostra esistenza.

Le onde del mare a riva corrispondono ai nostri pensieri: quelli che scacciamo, quelli che ritornano. Quelli che fanno la schiuma nel nostro cervello.

E riflettiamo sui massimi sistemi mentre mangiamo la coppa del nonno sugli scogli: per esempio, perché non trovo mai il calippo e trovo sempre e solo la coppa del nonno che piace proprio solo a mio nonno e a mio padre??

Quando guardiamo lontano all’orizzonte non stiamo guardando nulla in verità, però sentiamo l’odore dei nostri pensieri.

Ma il mare è anche la nemesi della nostra vita. Il luogo di vacanza è l’unico posto in cui stiamo bene per sottrazione. Perché non c’è il computer, non suona il cellulare per lavoro, non ci dobbiamo truccare, non ci dobbiamo mettere le scarpe. Eh… niente, non c’è manco la suocera.

Già solo questo vale il prezzo del biglietto.

D’estate siamo capaci di affittare idee e buoni propositi da fare invidia alla buonanima di Rita Levi Montalcini. Proprio solo affittare, perché l’entusiasmo passa presto: a settembre mi iscrivo al corso di giappo-turco-cinese, che nelle lingue sono un maestro visto che ho saputo indicare il cesso a quel tedesco; al master di ingegneria elettronico-nucleare avanzato ottavo livello, che ho letto e capito tutto l’articolo di Focus; e imparo a suonare la mandoarmonica a corde, che l’altra sera quando ho cantato in pizzeria ero un Dio.

Poi tutto passa appena chiudiamo il lucchetto del trolley.

Perché la vacanza è straordinaria proprio perché fai le cose che non faresti mai a casa: prima fra tutte, spendere 2 euro in farmacia per pesarti. Ma anche: corso di vela-rafting su un piede solo, sci nautico di fondo, bungigiampingaereo a caduta libera. Poi torni a casa e ritorni al tuo sport preferito: divano estremo.

Se c’è la gara di Karaoke sei quello che inciampa nelle gambe dei tavolini al bar per arrivare primo all’invito di “chi vuole provare?” In patria sei così schivo che se si avvicina un turista francese per chiederti un’indicazione, ti fingi sordo. Se c’è la serata disco in piazza sei quello sudato come un cammello su Marte con la camicia sbottonata fino al pelo che urla “Po-po-ppo-ppo poker face” e saltella sculacciandosi. E il dj è solo alle canzoni di Gianni Morandi. A casa, invece, se tua moglie ti invita a fare un ballo di gruppo a un matrimonio, chiedi il divorzio.

In vacanza ci trasformiamo. Compriamo di tutto e tutto l’inutile: collanine di poliestere spacciate per manifattura africana, utensili per affettare la verdura in tutte le forme e palle di vetro con la neve e delfini intrappolati dentro. A casa, se per strada ci ferma un venditore ambulante gli spariamo in testa.

Siamo gli unici che, in trasferta, comprano ancora il bongo sognando serate invernali ma esotiche dove stregheremo amanti. Ma lo sappiamo: col tamburello, al massimo, picchietteremo il ritmo di “le bianche trecce e poi”, anche quest’anno.

Perché, alla fine, quello che ci interessa di più dell’andare in vacanza è tornare a casa con una valigia carica di “… però l’anno prossimo…”

“E’ SOLO UN GATTO”

Ninetta è “solo un gatto”.
Eppure è la mia compagnia più solida.
Non è un gatto speciale. E’ un gatto che fa cose da gatto. Tipo quando le accarezzo la zampina e lei si lecca esattamente dove l’ho toccata io, sdegnata. E mi guarda con aria di sfida con quella espressione da bullo che solo i gatti sanno fare, lasciandomi solo intuire le conseguenze se per caso lo rifacessi mai.
Eppure, è lei che mi tocca con quella zampina quando vede che la mia anima è ferita. E me la posa lì, sulla guancia, come a dire “Io ci sono”.
Ninetta è solo un gatto e fa cose da gatto. Tipo stare sull’uscio della porta con -27 gradi. Né fuori, né dentro. In mezzo. Si dice che quando fanno così i gatti impediscono agli spiriti malvagi di entrare. Secondo me sono stronzi e despoti punto e basta. E te lo dimostrano quando ti costringono a aprire la porta del bagno quando sei lì che ti devi concentrare. E, niente, è un “MAAAAUUUU” disperato che significa “se non mi apri immediatamente io continuo così finché i vicini non chiamano la protezione animale”. E tu – braghe calate – devi obbedire.
Ninetta è solo un gatto ed è amorevole quando vuole lei, come vuole lei e finché vuole lei. Eppure – guarda caso – coincide proprio con i momenti in cui io ho più bisogno.
Il gatto è solo un gatto, eppure ti insegna a stare sempre all’erta. E tutto un ron-ron mentre gli fai i grattini, ma sai che da un millimicroistante all’altro lui o lei ti zampera’, così immotivatamente.
Ninetta è solo un gatto, eppure sa consolarti come solo un gatto sa fare, concedendoti le parole migliori quando ne hai bisogno: il silenzio. Ninetta è solo un gatto, eppure sa adagiarsi con garbo sul mio petto massaggiandomi il cuore finché non mi tranquillizzo. Ninetta è solo un gatto ma sa accogliere il mio dolore quando piango e lo fa come nessun essere umano sa fare.
Ninetta è solo un gatto.
Eppure…

DONNA

Cosa pensano le donne?

Le donne pensano un sacco di cose, tutte insieme, tutte complicate. Il loro cervello è una diga perennemente a prova di sfondamento. Nelle anse del cervello si annidano milioni di post-it fatti non solo di incombenti , ma soprattutto di emozioni .

Le donne si preoccupano di tutto e per tutti. Sempre.

“Devo passare in tintoria. Devo pensare a cosa fare stasera per cena. Chissà se la mia amica che l’ha lasciata quello stronzo sta meglio. Certo che quello è proprio uno stronzo. Oggi mio figlio ha il vaccino, l’esame, la maturità. Devo portare mia madre a fare l’esame del sangue, sta piovendo oddio i panni sono stesi oggi ho la riunione col capo devo consegnare quel progetto scade la rata del mutuo è il 27 i soldi sono quasi finiti devo prenotare il dentista per mio figlio”.

Il tutto mentre si sono smagliate la calza, sono andate in banca a pagare i mav e le bollette, hanno comprato il pane fresco e l’acqua frizzante. Le banane e i broccoli.

In una giornata così sono riuscite miracolosamente a infilarci una piega dal parrucchiere magari. 20 minuti d’aria a leggere che manco quella figona di Angiolina è riuscita a tenersi il biondone. In fondo, un Dio c’è.

C’è quella amica lì, che la dobbiamo consolare perché ha scoperto che ha il tumore al seno. Un’altra. E i medici l’hanno trattata come una pezza da piedi. Sì, pezza da piedi sono le parole che ci ha riferito.

“Ti prego riesci a passare da me cinque minuti?”

“E certo che riesco a passare, tesoro”.

Le donne si tengono la mano, a 15 anni per andare al bagno insieme. A 40 per condividere questo dolore.

E’ come se se lo passassero attraverso le pieghe dei calli delle dita, calli per i quintali di verdure tagliate, piatti lavati, duri come la loro esistenza e l’anima segnata da abbracci spezzati.

Sono le 6 vorrei stare qui con te a bere un altro Negroni mentre ci raccontiamo i nostri sogni da bambina e ridiamo per come è andata così in modo bizzarro invece la vita. Ma sono le 6 e ci sono pavimenti da pulire, polli da infornare e colletti da inamidare.

Quanto è sterile pensare di dovere apparecchiare una tavola, mentre ti tengo la mano e ti prometto che ci sarò. Ma ti devo lasciare lì col tuo immenso dolore, Amica, Sorella.

Corro verso casa, il parcheggio che ho fatto è quel che è. Mi toccano pure gli insulti del vecchio “che le donne non sanno né guidare né parcheggiare”. (Come se ce ne fregasse qualcosa…)

La casa è un campo di battaglia. Bene, l’ho rassettata, ma sarà dopo poche ore esattamente quella di prima. Frustrante desolazione.

La tavola è apparecchiata, c’ho avuto pure il tempo di mettere su una candela, un bel cesto di frutta già lavata e lucida. Quanto fa casa tutto questo.

Rientro del compagno.

“Ah, finalmente a casa. Ah sei andata dal parrucchiere (questo, quando se ne accorge), beata te che hai avuto il tempo! Sapessi che giornata che ho avuto io oggi, invece…”

E pronte, ancora ad accogliere altri pensieri; per cena la sera mangiamo pane e ansie. E troviamo pure le forze di essere decorosamente consolanti.

Finché si spegne la luce.

E nel letto pensiamo ho chiuso il gas le luci la porta domani devo ritirare le analisi di mia madre passare dalla banca ho la riunione col capo ed è finito il latte.

Non sono io questa. E’ una di noi. Siamo tutte noi. Che le donne c’hanno una potenza e una forza sovrumana.

Che solo noi lo sappiamo. Solo noi.

Laura P. Cavallo

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